Il peccato originale degli Stati Uniti: la questione razziale

/, Solidarietà/Il peccato originale degli Stati Uniti: la questione razziale

Il peccato originale degli Stati Uniti: la questione razziale

Carta di Roma si impegna per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno del 2008.

L’associazione lavora per diventare un punto di riferimento stabile per tutti coloro che lavorano quotidianamente sui temi della Carta, giornalisti e operatori dell’informazione in primis, ma anche enti di categoria e istituzioni, associazioni e attivisti impegnati da tempo sul fronte dei diritti dei richiedenti asilo, dei rifugiati, delle minoranze e dei migranti nel mondo dell’informazione.

—————————

A pochi giorni dalla morte di George Floyd, un nero di 46 anni, ammanettato, bloccato a terra da un agente bianco, Derek Chauvin, che gli ha tenuto un ginocchio premuto sul collo per 9 minuti, rivolgiamo qualche domanda a Fabrizio Tonello dell’Università di Padova, esperto di Stati Uniti e di politica americana

Giunti al sesto giorno di manifestazioni e di proteste in diverse città degli Stati Uniti, ripercorriamo le scelte e le dichiarazioni del Presidente Donald Trump, a partire dal tweet  “quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare”, solo successivamente smentito in parte.

Il tweet “When the looting starts, the shooting starts” viene da una dichiarazione del capo della polizia di Miami nel 1967 e poi dalla campagna elettorale di George Wallace, governatore dell’Alabama nel 1968. All’epoca i democratici del Sud erano segregazionisti e quindi Wallace nel 1968 fece una campagna molto intensa, mietendo successi proprio nella base elettorale di Trump: maschi bianchi senza laurea delle zone industriali del Midwest. Siccome il ‘68 era il ‘68 e c’erano rivolte spontanee nei ghetti neri, Wallace pronunciò la frase “quando cominciano i saccheggi, si comincia anche a sparare”, intendendo che fosse la polizia a sparare. Una citazione riportata anche nel libro “The Politics of Rage: George Wallace, the Origins of the New Conservatism, and the Transformation of American Politics”, di Dan T. Carter, in cui si racconta la storia di questo linguaggio violento, oggi resuscitato da Trump.

Quali  sono gli antecedenti della politica di Trump?

Innanzitutto bisogna ricordare che Trump aveva sfruttato le pulsioni razziste della società americana in maniera massiccia già molto prima di candidarsi alla presidenza. In particolare bisogna ricordare due episodi: il primo che risale alla fine degli anni Novanta, un episodio criminale che viene ricordato come “Il caso della jogger di Central Park”. Cinque persone avevano attaccato brutalmente una giovane donna, bianca, mentre faceva jogging; erano stati subito arrestati cinque  ragazzi neri che immediatamente i giornali avevano identificato come il “branco”. Trump era sceso in campo in prima persona, comprando numerose pagine di pubblicità sui quotidiani cittadini, chiedendo la pena di morte per i cinque (ricordiamo che nello Stato di New York è stata abolita la pena di morte). I cinque sono stati in galera una dozzina di anni e, a distanza di tempo, si è scoperto che erano innocenti e sono stati liberati. Il secondo episodio risale alla presidenza Obama, Trump fu tra coloro che cavalcarono l’ipotesi cospirazionista che Obama non fosse nato alle Hawaii ma in Kenya, come il padre, quindi non candidabile perché la Costituzione specifica che per diventare presidente occorre essere nati negli Stati Uniti. Questo per quanto riguarda il passato ma sappiamo che Trump aveva già usato questa retorica incendiaria in varie occasioni: nel primo anno di presidenza aveva definito “bravi ragazzi”, i partecipanti a una riunione di estrema destra, passata alla cronaca per l’uccisione di una ragazza,  Heather Heyer, investita dalla macchina di un suprematista bianco, mentre stava marciando nella contromanifestazione. Ci interessa poco se questa retorica corrisponda o meno alle sue convinzioni profonde, ci interessa capire il suo scopo, che oggi è quello  di attivare la base repubblicana, ovvero mobilitare i fedelissimi del partito. Uno dei motivi per cui i repubblicani, abbastanza spesso, vincono le elezioni è che hanno una base elettorale più anziana e bianca oltre che benestante, tre caratteristiche che contribuiscono a stimolare la partecipazione elettorale. Mentre la base democratica è tendenzialmente giovane, rappresentante delle minoranze etniche e a basso reddito, tre caratteristiche che deprimono la partecipazione. Gli over 65 anni votano all’80%, gli under 35 attorno al 25%.

Sull’arresto del giornalista della Cnn non vi sono stati commenti dalla presidenza

No, anche se poche ore dopo l’arresto, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha fatto immediatamente marcia indietro scusandosi per l’accaduto. Sembra che al fianco del giornalista Jimenez che è stato arrestato, ci fosse un altro giornalista della Cnn, bianco che non è stato fermato.

Quanto è probabile il rischio di un conflitto civile?

I conflitti sono endemici nella società americana ma l’argomento di “Law and Order” è una carta elettorale molto usata. Nel 1988 Bush padre che si presentava come vice di Reagan costruì la sua campagna elettorale sui permessi ai detenuti in Massachusetts, da cui proveniva il suo avversario Michael Dukakis, perché un detenuto in permesso aveva stuprato e ucciso una ragazza bianca. L’effetto pratico fu che la campagna televisiva con il video dell’omicida ebbe un grande successo, Bush vinse e da allora per i repubblicani quella di fare le campagne contro i delinquenti e contro la droga è stata un’arma fondamentale nei momenti di elezioni. È assolutamente probabile che Trump voglia usare quest’arma. Questo si aggiunge alla confusione creata dalla pandemia, una distrazione dal Covid 19, che ha fatto finora circa 100 mila morti. Un’estate di rivolte sarebbe una buona cosa per Trump. Bisogna vedere se e quanto durano le manifestazioni.

La questione razziale emerge al centro del dibattito pubblico e mediatico, mai scomparsa ma tenuta ai margini dell’agenda politica

La questione razziale è il peccato originale degli Usa, basterebbe ricordare il fatto che la guerra di secessione è finita nel 1865 con la vittoria militare del Nord però chi ha vinto politicamente la pace è stato il Sud che per altri cento anni ha mantenuto in piedi la segregazione degli afro-americani, fino al 1965. Gli afro-americani hanno cominciato a votare nel 1965 e i repubblicani, a tutt’oggi, fanno del loro meglio per non far votare le minoranze etniche.

E a proposito del razzismo della polizia americana?

La polizia americana è universalmente razzista. A New York, per esempio, città democratica la polizia era e rimane fortemente razzista. Anche di recente ci sono stati casi clamorosi, a fine degli anni novanta il caso di un immigrato di origine eritrea che è stato arrestato, morto dopo i maltrattamenti in commissariato mentre era in custodia, e un caso più recente, nel 2014, quello di Eric Garner, strangolato in modo simile a quanto avvenuto a Minneapolis perché vendeva sigarette di contrabbando. Episodi di brutalità che vengono tollerati, innanzitutto perché i sindacati della polizia sono potentissimi, c’è un’omertà fortissima, i magistrati ovviamente hanno bisogno della polizia e vogliono mantenere buoni rapporti. Il procuratore di Minneapolis ha annunciato di aver accusato l’agente Derek Chauvin di omicidio di terzo grado, il nostro omicidio preterintenzionale; è un modo per calmare gli animi ma occorre prima il parere di un Gran Giurì e poi, se si andrà a processo, non è detto che il poliziotto venga effettivamente condannato. La Corte Suprema riconosce quasi sempre l’immunità ai poliziotti violenti purché abbiano agito in buona fede. Naturalmente tutti i poliziotti dicono che si “sentivano minacciati”. Anzi, il New York Times sottolinea che a partire dal 2005 i tribunali hanno mostrato una tendenza  tendenza a concedere ai poliziotti un uso della forza più frequente e più violento. Circa 1000 persone vengono uccise negli Usa ogni anno, con una maggioranza di neri e ispanici, cosa a cui concorre una militarizzazione crescente della polizia.

Gli Stati Uniti riusciranno a risolvere la questione razziale? E come?

Ci vuole una maggioranza culturale e politica che voglia mettere fine a questi abusi e invece questa maggioranza non c’è mai stata. Prima occorre che si rinunci all’ossessione per la tutela della proprietà che la polizia garantisce alle classi benestanti. I media hanno una grande responsabilità nella percezione dei reati, e soprattutto nella “criminalizzazione” di violazioni che noi consideriamo minori, come il contrabbando di sigarette, o il viaggiare in autobus senza biglietto, o il bere alcolici per strada: tutti comportamenti che negli Stati Uniti sono non solo stigmatizzati ma danno origine a processi penali e condanne.

Fonte: Carta di Roma

By |2020-06-03T16:41:35+00:003 Giugno 2020|Incrocio di reti,associazioni,persone, Solidarietà|0 Comments