Cosa insegnano trent’anni di sanatorie per gli stranieri

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Cosa insegnano trent’anni di sanatorie per gli stranieri

In Italia nelle ultime settimane il tema della regolarizzazione degli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno è tornato prepotentemente alla ribalta. Da più parti è tirata in ballo la possibilità di una sanatoria e sembra che il governo stia già esaminando alcune bozze di decreto. La paura del contagio legata all’epidemia di covid-19 e l’indisponibilità di manodopera in settori strategici come l’agricoltura hanno improvvisamente portato all’ordine del giorno una questione sollevata da tempo da alcuni settori della società senza ottenere la giusta visibilità (una proposta di legge per la regolarizzazione degli stranieri per ragioni di lavoro promossa dalla campagna Ero straniero è in discussione in parlamento).

Ma come si è arrivati a questa situazione? Perché in Italia centinaia di migliaia di persone sono costrette a vivere senza documenti in regola pur lavorando? Per capire lo scenario attuale e immaginare le possibili soluzioni è indispensabile ricostruire la storia delle politiche migratorie più recenti e in particolare concentrare l’attenzione proprio sullo strumento della sanatoria, più volte adottato in Italia a partire dalla seconda metà degli anni ottanta, ma sistematicamente rifiutato per ragioni ideologiche negli ultimi dieci anni.

In Italia le sanatorie si sono susseguite in modo costante per più di trent’anni. Tecnicamente si tratta di un procedimento che permette alle persone che rispettano determinati criteri di autodenunciare la loro posizione irregolare, chiedendo il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ancorando i requisiti soprattutto a rapporti di lavoro già in essere o di ricerca di lavoro o a sponsorizzazione di soggetti terzi. Il ricorso sistematico a questo strumento ha fatto emergere l’ipocrisia delle classi dirigenti. Qualsiasi tentativo di pianificare l’arrivo, il collocamento e la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici provenienti dall’estero è stato sistematicamente rinviato. Per questo, i numeri delle regolarizzazioni sono sempre stati molto alti.

Più di trent’anni di leggi
Nel 1986 la legge Foschi fece emergere dall’irregolarità 116mila persone. Solo quattro anni dopo la legge Martelli ne regolarizzò 215mila. Nel 1995 la sanatoria del governo Dini riguardò 244mila stranieri, mentre tre anni più tardi la regolarizzazione della legge Turco-Napolitano coinvolse 217mila immigrati. Ogni volta, puntuale, il solito ritornello: sarà l’ultima. Ma i testi legislativi venivano inzeppati di vincoli e rigidità che rendevano sempre più difficile il percorso per arrivare e restare in Italia in modo legale. E quindi chi arrivava anche se lavorava (in nero) e pagava un affitto (in nero) non poteva che sperare nella sanatoria successiva per potersi regolarizzare. E chi riusciva ad arrivare in modo regolare scivolava spesso nell’irregolarità.

Nel 2002 la legge Bossi-Fini sintetizzò tutte queste storture. Nonostante paletti molto stringenti, voluti dal governo Berlusconi II, che aveva fatto della battaglia contro l’immigrazione un perno della sua propaganda, la regolarizzazione riguardò ben 634mila persone. Per questo viene chiamata “grande regolarizzazione”, anche perché in seguito i provvedimenti analoghi riguarderanno solo singoli settori lavorativi. Il sistema però, anche dopo la nuova legge, continuò a funzionare in maniera ambigua. Addirittura gli annuali decreti sui flussi, previsti fin dalla Turco-Napolitano, di fronte al bisogno diffuso di regolarizzazione iniziarono a presentare i tratti di una sorta di sanatoria mascherata, con costi altissimi per i richiedenti in Italia, che dovevano di fatto tornare nei rispettivi paesi e ricominciare da capo il percorso migratorio per poter usufruire del decreto flussi.

La situazione, già precaria, è poi precipitata. Prima la crisi economica mondiale cominciata nel 2008, poi i conflitti in Nordafrica e Medio Oriente e i nuovi flussi migratori cominciati nel 2011 hanno reso ancora più complicato il quadro. I decreti flussi hanno permesso un numero sempre più limitato di ingressi e regolarizzazioni (fino ad arrivare alla cifra ridicola di 30mila all’anno sia nel 2018 sia nel 2019), mentre le regolarizzazioni hanno garantito, ma solo fino al 2012, l’emersione di alcune singole professioni (come colf e badanti). Il diritto d’asilo, in uno scenario simile, ha rappresentato una delle poche possibilità per un accesso legale, gravemente penalizzato però sia dalle restrizioni legislative nazionali – decreti Minniti e Salvini – sia dalle politiche europee e dalle drammatiche condizioni in cui avvengono i viaggi e gli spostamenti tra le frontiere. Se fino a dieci anni fa potevamo parlare di ipocrisia delle classi dirigenti, si è poi fatta strada una colpevole irresponsabilità.

A fronte di anni e anni di chiusure e restrizioni, l’attuale dato sulla stima della presenza irregolare si attesterebbe a poco meno di 600mila persone (i cittadini stranieri regolarmente residenti al 1 gennaio 2020 sono invece 5 milioni 382mila, secondo l’Istat). Una cifra che possiamo definire contenuta, se pensiamo allo stillicidio di blocchi e restringimenti in vigore ormai a partire dal 2008. Il dato è in linea con la generale riduzione e stabilizzazione dei viaggi delle persone verso l’Italia negli ultimi dieci anni: sappiamo che è diminuito l’impatto dell’immigrazione e semmai è aumentata l’emigrazione. Ciò che colpisce però di questa cifra, se guardiamo al recente passato, è che corrisponde all’incirca a coloro che nel 2002 riuscirono a usufruire della “grande regolarizzazione” legata alla Bossi-Fini. Sono quindi del tutto fuori luogo le prospettive fosche agitate dal variegato fronte di chi è contrario a una nuova regolarizzazione: in Italia una sanatoria del genere c’è già stata. E anche se tardiva, come tutte le altre, ha comunque portato stabilità e radicamento.

Ma se vogliamo trarre qualche lezione dalla storia più recente dobbiamo anche accettare che una regolarizzazione – da sola – non può essere sufficiente per affrontare l’attuale congiuntura, che rischierebbe di riproporsi puntualmente dopo un certo lasso di tempo e certamente sarebbe ancora meno risolutivo un provvedimento limitato solo all’agricoltura, come sembra emergere negli ultimi giorni. Diventa prioritario, a fianco di una sanatoria generalizzata, ricostruire un sistema di regole e di garanzie per rendere legali gli spostamenti: visti, flussi, autorizzazioni che alzino il velo sull’attuale trappola in cui imperversano burocrazia e criminalità. Allo stesso tempo, è indispensabile affrontare il tema della precarietà lavorativa e alloggiativa che vivono settori sempre più ampi della popolazione, non solo di origine straniera.

Per tornare all’agricoltura in queste settimane, per affrontare una carenza di braccia nelle campagne che potrebbe portare alla crisi dell’intero comparto produttivo, abbiamo sentito parlare di voucher, voli charter, regimi salariali speciali, operazioni umanitarie analoghe a quelle pensate per le zone di guerra: tutti interventi che eludono il nodo decisivo dei salari, dei diritti, del lavoro.

Oltre che regolarizzare gli immigrati si tratta di quindi di regolarizzare l’immigrazione. L’occasione per chiudere la stagione della precarietà e della corsa al ribasso dei diritti di chi lavora è arrivata, ma va colta immediatamente e in modo non strumentale.

Fonte: Internazionale

By |2020-04-21T16:13:43+00:0021 Aprile 2020|Altra Meta, Attualità, Solidarietà|0 Comments